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giovedì 5 marzo 2009

Il Papa invita i giovani cristiani a dare speranza ai loro coetanei

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù di quest'anno, che si celebrerà in ambito diocesano la Domenica delle Palme, Benedetto XVI invita i giovani cristiani a dare speranza ai loro coetanei proprio in un momento di crisi della speranza.

"La crisi di speranza colpisce più facilmente le nuove generazioni che, in contesti socio-culturali privi di certezze, di valori e di solidi punti di riferimento, si trovano ad affrontare difficoltà che appaiono superiori alle loro forze", afferma il Papa nel testo, diffuso questo mercoledì dalla Sala Stampa della Santa Sede.

I giovani di oggi sono in molti casi "feriti dalla vita, condizionati da una immaturità personale che è spesso conseguenza di un vuoto familiare, di scelte educative permissive e libertarie e di esperienze negative e traumatiche", osserva.

"Per alcuni – e purtroppo non sono pochi – lo sbocco quasi obbligato è una fuga alienante verso comportamenti a rischio e violenti, verso la dipendenza da droghe e alcool, e verso tante altre forme di disagio giovanile".

Nonostante questo, "anche in chi viene a trovarsi in condizioni penose per aver seguito i consigli di 'cattivi maestri', non si spegne il desiderio di amore vero e di autentica felicità", constata il Vescovo di Roma, segnalando ai giovani la necessità "di una nuova evangelizzazione, che aiuti le nuove generazioni a riscoprire il volto autentico di Dio".

Nel testo, il Papa ricorda ciò che ha detto ai giovani a Sydney durante la Messa conclusiva della GMG, esortandoli a lasciarsi plasmare da Dio "per essere messaggeri dell'amore divino, capaci di costruire un futuro di speranza per tutta l'umanità".

"La questione della speranza è, in verità, al centro della nostra vita di esseri umani e della nostra missione di cristiani, soprattutto nell'epoca contemporanea", sottolinea.

La speranza che devono trasmettere i giovani, aggiunge, deve essere "salda ed affidabile". "L'esperienza dimostra che le qualità personali e i beni materiali non bastano ad assicurare quella speranza di cui l'animo umano è in costante ricerca".

In questo senso, sottolinea che "una delle conseguenze principali dell'oblio di Dio è l'evidente smarrimento che segna le nostre società, con risvolti di solitudine e violenza, di insoddisfazione e perdita di fiducia che non raramente sfociano nella disperazione".

San Paolo, modello per i giovani

Approfittando del fatto che questa GMG si svolgerà nel contesto dell'Anno Paolino, il Papa propone nel Messaggio ai giovani San Paolo come modello di "testimone della speranza" nella crisi e nelle difficoltà che ha dovuto affrontare.

Quando ha incontrato Cristo sulla via di Damasco, spiega, "Saulo era un giovane come voi, di circa venti o venticinque anni, seguace della Legge di Mosè e deciso a combattere con ogni mezzo quelli che egli riteneva nemici di Dio".

Per Paolo, "la speranza non è solo un ideale o un sentimento, ma una persona viva: Gesù Cristo, il Figlio di Dio", aggiunge il Pontefice. "Come un giorno incontrò il giovane Paolo, Gesù vuole incontrare anche ciascuno di voi, cari giovani".

Questo incontro con Cristo avviene soprattutto "nella preghiera", sottolinea, invitando i giovani a fare spazio alla preghiera non solo personale, ma anche comunitaria: "Ci sono molti modi per familiarizzare con Lui; esistono esperienze, gruppi e movimenti, incontri e itinerari per imparare a pregare e crescere così nell'esperienza della fede. Prendete parte alla liturgia nelle vostre parrocchie e nutritevi abbondantemente della Parola di Dio e dell'attiva partecipazione ai Sacramenti".

Allo stesso modo, Benedetto XVI esorta all'evangelizzazione: "La Chiesa conta su di voi per questa impegnativa missione: non vi scoraggino le difficoltà e le prove che incontrate. Siate pazienti e perseveranti, vincendo la naturale tendenza dei giovani alla fretta, a volere tutto e subito".

mercoledì 4 marzo 2009

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2009

"Gesù, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti,
ebbe fame"
(Mt 4,2)

 

Cari fratelli e sorelle!

All'inizio della Quaresima, che costituisce un cammino di più intenso allenamento spirituale, la Liturgia ci ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e cristiana - la preghiera, l'elemosina, il digiuno - per disporci a celebrare meglio la Pasqua e a fare così esperienza della potenza di Dio che, come ascolteremo nella Veglia pasquale, "sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l'innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l'odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace" (Preconio pasquale). Nel consueto mio Messaggio quaresimale, vorrei soffermarmi quest'anno a riflettere in particolare sul valore e sul senso del digiuno. La Quaresima infatti richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Leggiamo nel Vangelo: "Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame" (Mt 4,1-2). Come Mosè prima di ricevere le Tavole della Legge (cfr Es 34,28), come Elia prima di incontrare il Signore sul monte Oreb (cfr 1 Re 19,8), così Gesù pregando e digiunando si preparò alla sua missione, il cui inizio fu un duro scontro con il tentatore.

Possiamo domandarci quale valore e quale senso abbia per noi cristiani il privarci di un qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento. Le Sacre Scritture e tutta la tradizione cristiana insegnano che il digiuno è di grande aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce. Per questo nella storia della salvezza ricorre più volte l'invito a digiunare. Già nelle prime pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all'uomo di astenersi dal consumare il frutto proibito: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire" (Gn 2,16-17). Commentando l'ingiunzione divina, san Basilio osserva che "il digiuno è stato ordinato in Paradiso", e "il primo comando in tal senso è stato dato ad Adamo". Egli pertanto conclude: "Il 'non devi mangiare' è, dunque, la legge del digiuno e dell'astinenza" (cfr Sermo de jejunio: PG 31, 163, 98). Poiché tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene offerto come un mezzo per riannodare l'amicizia con il Signore. Così fece Esdra prima del viaggio di ritorno dall'esilio alla Terra Promessa, invitando il popolo riunito a digiunare "per umiliarci - disse - davanti al nostro Dio" (8,21). L'Onnipotente ascoltò la loro preghiera e assicurò il suo favore e la sua protezione. Altrettanto fecero gli abitanti di Ninive che, sensibili all'appello di Giona al pentimento, proclamarono, quale testimonianza della loro sincerità, un digiuno dicendo: "Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!" (3,9). Anche allora Dio vide le loro opere e li risparmiò.

Nel Nuovo Testamento, Gesù pone in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l'atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno, ripete anche altrove il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale "vede nel segreto, e ti ricompenserà" (Mt 6,18). Egli stesso ne dà l'esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che "non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4). Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il "vero cibo", che è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore "di non mangiare del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male", con il digiuno il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia.

Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana (cfr At 13,3; 14,22; 27,21; 2 Cor 6,5). Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del "vecchio Adamo", ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio. Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. Scrive san Pietro Crisologo: "Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica" (Sermo 43: PL 52, 320. 332).

Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po' della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una "terapia" per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio. Nella Costituzione apostolica Pænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a "non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e ... anche a vivere per i fratelli" (cfr Cap. I). La Quaresima potrebbe essere un'occasione opportuna per riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest'antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all'amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo (cfr Mt 22,34-40).

La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell'intimità con il Signore. Sant'Agostino, che ben conosceva le proprie inclinazioni negative e le definiva "nodo tortuoso e aggrovigliato" (Confessioni, II, 10.18), nel suo trattato L'utilità del digiuno, scriveva: "Mi dò certo un supplizio, ma perché Egli mi perdoni; da me stesso mi castigo perché Egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza" (Sermo 400, 3, 3: PL 40, 708). Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un'interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza. Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio.

Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli. Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: "Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l'amore di Dio?" (3,17). Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente (cfr Enc. Deus caritas est, 15). Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo. Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l'ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l'elemosina. Questo è stato, sin dall'inizio, lo stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte speciali collette (cfr 2 Cor 8-9; Rm 15, 25-27), e i fedeli erano invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, era stato messo da parte (cfr Didascalia Ap., V, 20,18). Anche oggi tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale.

Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un'arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d'origine, i cui effetti negativi investono l'intera personalità umana. Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: "Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia - Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti".

Cari fratelli e sorelle, a ben vedere il digiuno ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di noi, come scriveva il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, a fare di sé dono totale a Dio (cfr Enc. Veritatis splendor, 21). La Quaresima sia pertanto valorizzata in ogni famiglia e in ogni comunità cristiana per allontanare tutto ciò che distrae lo spirito e per intensificare ciò che nutre l'anima aprendola all'amore di Dio e del prossimo. Penso in particolare ad un maggior impegno nella preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al Sacramento della Riconciliazione e nell'attiva partecipazione all'Eucaristia, soprattutto alla Santa Messa domenicale. Con questa interiore disposizione entriamo nel clima penitenziale della Quaresima. Ci accompagni la Beata Vergine Maria, Causa nostrae laetitiae, e ci sostenga nello sforzo di liberare il nostro cuore dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più "tabernacolo vivente di Dio". Con questo augurio, mentre assicuro la mia preghiera perché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra un proficuo itinerario quaresimale, imparto di cuore a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 11 Dicembre 2008

lunedì 23 febbraio 2009

Eugenismo e aborto

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martedì 17 febbraio 2009

Cosa vengono prima: le buone leggi o le buone famiglie?

Intervista a padre Raniero Cantalamessa

di Mercedes de la Torre

ROMA, lunedì, 16 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Secondo il Predicatore della Casa pontificia, i cristiani di oggi dovrebbero cercare di seguire l'esempio dei loro primi predecessori: cambiare la società con la propria testimonianza, piuttosto che concentrarsi per cambiare le leggi.

In questa intervista rilasciata a ZENIT padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., illustra le sfide che interpellano le famiglie cristiane.

Uno dei principali problemi della famiglia dei nostri tempi - come lei sostiene - è la carenza di amore. Quali soluzioni ci offrono le Sacre Scritture per le famiglie afflitte dai problemi di oggi?

Padre Cantalamessa: Il matrimonio nasce dall'umiltà, da un atto di umiltà. In esso, ciascuno riconosce la propria dipendenza, la necessità dell'altro. Senza umiltà, il matrimonio non riesce a rimanere in vita e in salute. La superbia è il nemico n. 1 del matrimonio e dell'amore stesso.

Io credo che oggi, più che difendere il matrimonio cristiano nella società e nella cultura, si debba cercare di migliorare la qualità della famiglia cristiana e lavorare affinché le famiglie cristiane siano veramente un luogo in cui il progetto iniziale di Dio sia realizzato, ovvero che l'uomo e la donna vivano nella coppia un amore che li porti a desiderare quell'Amore eterno e infinito.
 
Durante la conferenza all'Incontro Mondiale delle Famiglie in Messico, lei ha sostenuto che i cristiani dovrebbero impegnarsi nel mondo più con i fatti che con le parole, così come fu nei primi secoli della Chiesa. Ci può indicare allora quegli elementi che possiamo trovare nel messaggio biblico e che ci aiutano a dare nuovamente testimonianza in favore del Vangelo, della vita e della famiglia?

Padre Cantalamessa: Ho affermato - e ne sono convinto - che i primi cristiani, soprattutto nei primi tre secoli, sono riusciti a cambiare le leggi dello Stato con il loro comportamento. Oggi non possiamo pretendere di fare l'opposto, ovvero cambiare il comportamento attraverso le leggi dello Stato. Come cittadini dobbiamo fare tutto il possibile perché lo Stato adotti leggi buone, positive, che non siano contrarie alla vita, ma questo non è sufficiente. Non è sufficiente perché in una società pluralistica come quella di oggi, i cristiani di certi Paesi rappresentano già una minoranza e pertanto ci troviamo più vicini ad una situazione simile a quella dei primi secoli, piuttosto che a quella del Medioevo, in cui i cristiani non erano difesi dallo Stato, ma dalla loro vita e dalla loro testimonianza.

Qual è l'attuale processo di decostruzione della famiglia e in che modo questo si contrappone al progetto di Dio?

Padre Cantalamessa: Ci troviamo in situazioni estreme. È come se si volesse reinventare l'uomo, la donna, il matrimonio... con risultati "dis-umani". Per esempio, il progetto di abolizione dei sessi, in cui non vi sarebbe un'identità sessuale definita, ma in cui ognuno può costruire la sua vita a seconda del proprio desiderio di mascolinità, femminilità o di qualcosa di più variabile. Questo è inaccettabile: va contro la natura umana.

Il decostruttivismo propone per esempio di abolire la maternità, perché la vede come una schiavitù. La donna è resa schiava dalla maternità e per questo è stata trovata la maniera di far nascere i bambini in un altro modo, in un modo più artificiale. Queste sono le prospettive veramente pericolose, "dis-umane".

Ho molta fiducia nel buon senso della gente e nell'istinto: nel desiderio del sesso opposto che Dio ha instillato nella persona, e nel desiderio di maternità e paternità, che sono valori che Dio ha posto nel cuore umano.

Ma credo che queste proposte possano creare molti danni, come lo è stato per il Marxismo. Il Marxismo è stato riconosciuto come un grande male per la società, che ha fatto molte vittime. Allo stesso modo, questa rivoluzione - la rivoluzione del genere - prima che la si riconosca come "dis-umana", avrà tempo di procurare danni enormi.

martedì 3 febbraio 2009

Intervista da ZENIT

La vera storia della pillola abortiva Ru486 (I)
Un libro rivela tutto ciò che non viene detto sulla "pillola di Erode"

di Antonio Gaspari 


ROMA, lunedì, 2 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Mentre in Italia si aspetta il parere finale del Consiglio di Amministrazione dell'Agenzia italiana del farmaco (AIFA) per la distribuzione e vendita nelle farmacie e l'autorizzazione all'uso ospedaliero della pillola abortiva Ru486, è disponibile nelle librerie un libro che rivela molte delle realtà nascoste in merito alla pillola abortiva da molti chiamata "la pillola di Erode".

Il libro in questione ha per titolo "La storia vera della pillola abortiva RU 486" (Edizioni Cantagalli; pp. 288, Euro 21,00) ed è stato scritto da Cesare Cavoni e Dario Sacchini.

Dario Sacchini è ricercatore in Bioetica presso l'Istituto di Bioetica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Coautore di diversi volumi tra cui "Etica e giustizia in sanità. Questioni generali, aspetti metodologici e organizzativi" (2004) e "La vecchiaia e i suoi volti. Una lettura etico-antropologica" (2008).

Cesare Davide Cavoni, è invece giornalista professionista presso l'emittente SAT 2000; è laureato in Lettere ed ha conseguito il Master in Bioetica presso la Pontificia Università Lateranense di Roma.

È docente di Bioetica e Mass media per i corsi di perfezionamento in Bioetica presso l'Istituto di Bioetica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e presso l'Istituto "Giovanni Paolo II" della Pontificia Università Lateranense di Roma.

I due autori, con una documentazione precisa e dettagliata, rivelano i tantissimi rischi per la salute e per la società di un farmaco il cui obiettivo non è di "curare una malattia bensì di porre fine alla vita umana".

Cavoni e Sacchini non solo respingono l'idea che la gravidanza sia una malattia da curare con pillole tossiche per i concepiti e per le madri, ma denunciano quello che sarebbe l'obiettivo dei sostenitori dell'Ru486 e cioè "quello di demedicalizzare, togliere il più possibile dalla competenza e dall'influenza del medico l'aborto, per trasformarlo in un fatto del tutto privato e personale".

Per spiegare i contenuti e le finalità di un volume così attuale e scottante, ZENIT ha intervistato Cesare Cavoni.

Che cos'è la pillola Ru486? E' un farmaco? E quale malattia cura? 

Cavoni: Il mifepristone, chiamato Ru486 dall'industria farmaceutica Roussel-Uclaf che per prima ne sponsorizzò la ricerca, compare in letteratura nel 1982 ed è un ormone steroideo sintetico che provoca l'aborto.

Esso agisce su una tipologia di molecole denominate recettori, specifiche per il progesterone che è un ormone i cui organi bersaglio sono quelli coinvolti nella dinamica riproduttiva con lo scopo di favorire l'annidamento dell'embrione nell'utero e la prosecuzione della gravidanza.

L'alterazione indotta dall'Ru486 consiste nello sfaldamento delle cellule endometriali, nel sanguinamento e nel conseguente distacco dell'embrione.

Ma per poter portare a compimento l'aborto, oltre alla Ru486 viene somministrata anche un'altra pillola: si tratta di una prostaglandina che serve a stimolare le contrazioni e a espellere l'embrione.

Questa combinazione di farmaci poi deve essere utilizzata entro il 49° giorno, in un periodo cioè in cui i levelli di progesterone sono ancora bassi perché poi in una fase successiva tale ormone non potrà essere 'intercettato' dal mifepristone.

L'Ru486 è quindi un farmaco. Uno strano tipo di farmaco visto che per farmaco noi intendiamo qualcosa che curi, che lenisca un dolore o rallenti o guarisca da una malattia non certo una sostanza che possa causare la morte di qualcuno.

Credo sia la prima volta che venga utilizzato un farmaco per uccidere deliberatamente un essere umano. Perché l'embrione è un essere umano. Ogni donna quando è incinta, fin da subito parla di colui che porta in grembo come del proprio figlio; non dice alle amiche: "quando il feto nascerà lo chiamerò Marco", oppure "sto preparando la stanza per l'embrione".

Di conseguenza è facile capire come l'Ru486 non curi alcuna malattia poiché non c'è alcuna malattia da curare, a meno che non si voglia considerare la gravidanza come una malattia.

La gravidanza è una malattia?

Cavoni: Questo farmaco è davvero terrificante: per la prima volta constatiamo la messa a punto di un farmaco il cui obiettivo non è di curare una malattia bensì di porre fine ad una vita umana. O, meglio, sembrerebbe che la gravidanza venga annoverata, più o meno esplicitamente nel sentire comune, come una patologia, nella misura in cui una donna, non scegliendola, è costretta a subirla.

L'aborto, allora, potrebbe configurarsi, secondo questa visione, come la liberazione da una malattia o, più propriamente, da un male di vivere. È questa una visione perversamente drammatica della vita umana.

Così come è perverso il fatto che si decida di somministrare alle donne un farmaco, che porta con sé pesanti effetti collaterali, come se le donne fossero cavie su cui sperimentare indisturbati e, anzi, cercando di far passare una sperimentazione selvaggia come un diritto delle donne.

Da decenni si sperimentano sulle donne farmaci tossici di cui non si conosono o non si percepiscono fino in fondo i rischi a breve, medio e lungo termine. Di norma, si può agire così quando non vi siano ragionevoli alternative, quando cioè non usare una terapia sperimentale avrebbe come unica alternativa la morte della persona. Ma in questo caso – non trattandosi di malattia – il termine "sperimentale" cade per definizione.

Con l'utilizzo della pillola Ru486 l'aborto viene di fatto tolto dalla sfera della medicalizzazione, ricondotto totalmente nella sfera privata dell'individuo e, quindi, anche svincolato da ogni responsabilità sociale (oltre che morale) in nome di un nuovo concetto di "privacy", il quale è applicato a qualsiasi decisione riguardo al proprio corpo. Così si spalancano le porte ad un'assolutizzazione del principio di autonomia (il rispetto dell'autodeterminazione del soggetto), togliendo ogni diritto al nascituro e investendo anche la relazione con l'altro (l'embrione, il feto, il figlio) in base a tale principio.

L'aborto può essere compiuto nel chiuso della propria casa. E compare fin da subito l'opzione contraccettiva dell'Ru486, vista come il migliore anticoncezionale, sul quale si scatenano (e si scateneranno) interessi commerciali e guerre aziendali.

I sostenitori della Ru486 affermano che questa pillola eliminerebbe l'aborto chirurgico così da diventare una pratica che si può gestire individualmente. Qual è il suo pensiero in merito?

Cavoni: L'esperienza francese e quella americana ci mostrano che questo non è vero; vale a dire che proprio laddove si pensava che la Ru486 potesse sostituire l'aborto si è visto l'esatto contrario.

Chi abortisce in genere sceglie l'aborto chirurgico e questo per due motivi; uno perché dura poco, viene effettuato sotto anestesia e la percezione del dolore, fisico e psichico, è inferiore e poi perché psicologicamente l'iter della Ru486 diventa un vero calvario, estenuante; ci vogliono giorni prima di poter completare l'aborto e c'è il rischio, alto, di dover comunque ricorrere all'aborto chirurgico poiché in molti casi il cocktail Ru486 e prostalgandina non funziona e allora bisogna intervenire d'urgenza con l'aborto chirurgico.

Il peso psicologico di due, tre giorni o addirittura di una settimana in attesa dell'aborto dopo aver assunto la pillola, rende questa modalità snervante per la donna e le ripropone ad ogni istante esattamente l'atto che sta portando avanti, che lei lo voglia o no; cioè quello di stare per sopprimere una vita umana.

Si può giustificarlo come si vuole, si può far finta di non vederlo, ma è così. E in ogni caso sarà comunque un trauma che prima o poi riaffiorerà nella vita di quella donna. E poi il dolore fisico che accompagna questa attesa è micidiale; sanguinamenti molto più abbondanti di una normale mestruazione, dolori lancinanti.

La letteratura scientifica registra numerosi casi di emorragie fortissime. Tutto questo è ben chiaro, per esempio, dalla testimonianza della prima paziente che negli Stati Uniti decise di abortire con la Ru486.

Il suo racconto è lucido e privo di qualsiasi aspetto moraleggiante:

La giovane donna in questione fu la prima paziente che si sottopose alla sperimentazione dell'aborto tramite Ru486 negli Stati Uniti, presso l'ospedale di Des Moines in Iowa; ella non se ne dichiarò pentita. La donna, 30 anni, con un marito e due figli, era terrorizzata dall'aborto chirurgico a causa di una brutta esperienza vissuta da una sua amica:

«Sono stata per la prima volta a Des Moins. Tutti erano molto eccitati mercoledì quando mi è stata somministrata la prima dose di farmaci. Scherzando dicevo che ci sarebbe dovuta essere una cerimonia col taglio del nastro. Loro continuavano a dirmi che stavo facendo la storia. In un paio d'ore ho cominciato a provare nausea, ho tirato avanti per tre giorni e sono andata a lavorare. Per fortuna c'è una saletta per riposarsi nel mio ufficio; mi muovevo un po' più piano. Di norma sono sempre molto su di giri ma per quei tre giorni non lo sono stata. Mi sembrava come se avessi mangiato del cibo avvelenato.

Sono tornata di venerdì e ho preso la seconda dose di farmaci; dopo cinque minuti ho cominciato a sentire dei crampi un po' meno forti di quelli delle mestruazioni. Dopo due ore i crampi sono diventati più forti e ho cominciato ad usare un cuscinetto riscaldante sulla pancia. Sono andata nella stanza di riposo; quando però ho provato ad alzarmi mi sentivo come se mi avessero aperto un rubinetto. C'era un continuo flusso di sangue e poi mi è passato un grumo di sangue della grandezza di una pallina da golf, che mi ha terrorizzata.

Pensavo che fosse il feto. I crampi sono rimasti stabili. Negli ultimi quindici minuti della mia visita mi sentivo sdoppiata e l'emorragia era molto pesante, più di quella mestruale. Mia madre mi ha portato a casa; in quel momento sanguinavo molto e ho avuto la diarrea. Mi ha fatto tornare in mente il modo in cui sanguini dopo il parto. Forse una donna che non ha partorito potrebbe essere un po' più rilassata.

Ho abortito alle 6.30 di venerdì notte. L'ho sentito cadere nella tazza. Sembrava come un grumo di sangue. Ho gridato quando mi sono resa conto che era uscito, in parte perché mi sentivo sollevata, in parte perché mi sentivo triste.  Capii che era finita».

Quando poi si sostiene che l'aborto tramite Ru486 sia meno costoso e più veloce mi sembra proprio che le evidenze affermino proprio il contrario. Anche su questi punti parlano le donne e non i bioeticisti, i medici.

La situazione è stata anche in questo caso ben  fotografata da una inchiesta realizzata dalla più nota giornalista scientifica statunitense, Gina Kolata, che di certo non passa per una fondamentalista cattolica.

Ebbene la Kolata, nel 2002 ha scritto sul New York Times, riportando il parere di molti specialisti, che l'aborto con la Ru486 richiede un tempo maggiore ed è più costoso dell'aborto chirurgico. Le donne poi non sembrano essere interessate dal momento che vengono richieste tre visite in ambulatorio per due settimane, due diversi farmaci, qualche emorragia e crampi.

Qualche fornitore fa pagare oltre 100 dollari in più per un aborto medico rispetto a quello chirurgico, spiegando che ogni pillola di Mifepristone costa 100 dollari. Molti usano un dosaggio più basso, somministrando una pillola invece delle tre che l'azienda produttrice raccomanda, ma aggiunge che il costo extra dell'aborto indotto tramite pillola, è ancora un peso gravoso per molti pazienti.

Ma ciò sui cui inciderà di più l'uso dell'Ru486 è la sanità pubblica: un risparmio di medici dedicati solo a quel servizio, così poco ambìto e che non consente di fare certo brillanti carriere.

Dunque per la sanità pubblica ci sarebbe un risparmio di medici dedicati solo a quel servizio, più letti a disposizione ma,  a questo punto, un costo non proprio lieve se si chiede allo Stato di passare gratuitamente il farmaco.

Pensate che la vecchia azienda produttrice voleva piazzarla, all'epoca, siamo negli anni '80, a non meno di 500 franchi francesi.

Per quanto si possa scendere di prezzo, il costo per la sanità pubblica resterebbe comunque altissimo, a fronte di risultati non proprio incoraggianti e, anzi, a fronte di ulteriori spese per tutti quegli aborti non riusciti tramite Ru486 e che quindi devono rientrare per la 'consueta' prassi chirurgica.

Anche per questo si è cercato di spingere molto perché si approfondissero ulteriori studi sulle proprietà del farmaco per curare malattie di tipo neurologico ad esempio, facendolo diventare un farmaco compassionevole per malati senza alternativa oltre la morte.

Riuscire a far approvare l'Ru486 per altri usi rispetto all'aborto, significa rendere legale il farmaco che, in un secondo momento, potrebbe essere utilizzato, fuori prescrizione, anche per l'aborto.

Credo sia questo l'obiettivo dei sostenitori di questa pillola mortifera. D'altronde avviene già lo stesso procedimento con l'altro farmaco che serve per completare l'aborto: esso è, infatti, registrato ufficialmente come antiulcera ma poi, siccome favorisce l'espulsione del feto-figlio, viene utilizzato all'occorrenza.

[Martedì, la seconda parte dell'intervista]

sabato 24 gennaio 2009

Un ventenne di fronte alla morte...

Articolo tratto dal blog www.antoniosocci.it

"Le scrivo perché anche oggi entrando a scuola abbiamo respirato un'aria di morte". Comincia così la lettera che mi ha scritto Marco, 19 anni, di Firenze. "Stanotte una ragazza che frequentava il terzo anno è morta dopo una notte di coma irreversibile. La sera prima stava andando in discoteca, era in macchina con altri ragazzi (…) la macchina si è schiantata contro un albero. La nostra scuola era già stata protagonista di grandi fatti di morte: tre anni fa, una ragazza che frequentava l'ultimo anno si è suicidata gettandosi da una finestra del terzo piano.

Può immaginare il clima che abbiamo respirato nei giorni e mesi seguenti... Oggi abbiamo rivissuto quel momento: le facce meste dei professori, i visi persi nel vuoto degli alunni, l'assenza fisica o psicologica dei suoi amici più cari e dei parenti". Marco è uno studente che frequenta l'ultimo anno di liceo. Fin qui la sua è solo una cronaca consueta, descrive ciò che accade quando la morte visita le nostre giornate e specialmente un luogo di giovinezza come una scuola. Capita che – dopo lo choc di qualche giorno – gli adulti si affrettino a richiudere quella finestra spalancata sull'immenso, sul mistero dell'esistenza, per fingere che la vita sia solo il consueto teatrino in cui ci trasciniamo tristemente a recitare una parte assegnata. Ma i giovani non distolgono facilmente lo sguardo dal Mistero.

Infatti è il seguito di questa lettera che più mi ha colpito e commosso. Marco è un avventuriero, assetato di verità e di una felicità che non svanisce in un istante, dunque continua: "Il Signore sta parlando alla mia generazione e lo sta facendo con forza. Ci sta parlando attraverso la sofferenza più estrema, attraverso la morte. Non molto tempo fa altri ragazzi sono morti o rimasti gravemente feriti a causa di incidenti stradali e la loro storia si è dovuta intrecciare obbligatoriamente con la nostra fede di Cristiani. Sto scoprendo sempre di più che questo mondo non può darci niente. Non può darci amicizie vere perché la parola d'ordine del mondo è 'essere' e se non sei nessuno o non appari, rimarrai sempre solo. Non può darti la felicità perché non dura più di 30 secondi. Non può darti la consolazione perché la sera quando arrivi a dormire ti ritrovi solo; solo coi tuoi problemi insormontabili, solo perché i tuoi genitori si stanno separando, solo perché nessuno ti ama. Non pensa anche lei che per noi Cristiani sia pronta una nuova missione, cioè quella di ricominciare una nuova evangelizzazione?".

Mi ha colpito leggere queste parole nella lettera di un diciannovenne, di un ragazzo normalissimo, ma che non si fa addomesticare dall'industria del rincoglionimento. Evidentemente Marco ha visto e sperimentato qualcosa di così bello e così grande che non si dissolve davanti al soffio di sorella morte. Questa parola, "evangelizzazione", indica infatti un volto e un nome, Gesù, che stupisce e commuove, che sui giovani specialmente esercita un fascino più potente perfino della desolazione della morte. E parla al loro cuore assetato di vita, di felicità, di amore.

Marco continua: "Tanti Santi hanno viaggiato in tutto il mondo per annunciare Cristo Risorto, ma forse per il nostro tempo è necessario partire, non dall'Africa o dall'Asia, ma da casa nostra, dalla nostra via, dalla nostra parrocchia. E' necessario far conoscere alla mia generazione che c'è un Dio che li ama, che è arrivato a morire per ognuno di noi, ma che è Risorto e ha distrutto la Morte. Posso assicurarle che queste persone stanno aspettando solo noi. Per grazia divina, i miei genitori sono entrati a far parte del Cammino-Neocatecumenale più di trent'anni fa e questo ha permesso che crescessimo nella fede. Personalmente questo Cammino mi ha permesso di scoprire un Dio che mi ama non per i miei meriti, ma per come sono, soprattutto per i miei peccati, e che vuole solamente curarmi, vuole mostrarmi il suo amore. Nella nostra parrocchia ci siamo ritrovati davanti a tante morti umanamente assurde, ma paradossalmente le famiglie implicate in queste morti hanno risposto con l'Amore… ".

E a questo punto Marco inizia un resoconto sconvolgente di vita quotidiana. In un mondo disperato, dove i media hanno attenzione solo alle misure delle ospiti del Grande Fratello esistono uomini e donne con una certezza e un amore più forti della morte.

"Più di otto anni fa il mio amico Niccolò è morto per un tumore al cervelletto. Ha potuto concludere solo le scuole elementari e non ha conosciuto l'età più bella della vita. Nonostante tutte queste assurdità, ciò che mi ha sempre colpito di lui era il sorriso che portava con sé arrivando al catechismo, anche dopo aver fatto la terapia. Dalla sua morte, il nostro gruppo di catechismo ha ricevuto la grazia di restare unito fino ad oggi ed è un vero miracolo, pensando a dove possono essere adesso tanti miei amici. Il suo funerale fu una festa indescrivibile; uno dei suoi fratellini era così eccitato che, quando abbiamo accompagnato il suo corpo al cimitero si è messo a gridare ingenuamente di volerlo raggiungere per poter giocare ancora con lui. Quel funerale colpì tutti i presenti, perché non si era detto Addio a nessuno, si era salutato un fratello che avremmo rivisto. Per la fede dei suoi genitori e per la bellezza e la gioia di quel funerale molte persone si sono interrogate profondamente e forse lo fanno ancora oggi. Quello che colpisce sempre le persone è che i funerali nella mia parrocchia sembrano matrimoni: i canti sono tutti gioiosi e la bara è posta sopra il fonte battesimale, che si trova a terra, perché simboleggia il passaggio dalle acque della morte alla vita nuova. Più recentemente, un ragazzo, Jonatan, è morto cadendo di motorino; una cosa che non posso dimenticare è il volto di sua madre che ci invitava a stare allegri, perché Jonatan era andato in Paradiso. Sul sagrato, un suo amico mi disse che non era meravigliato della risposta di questa madre alla morte del figlio. Mi disse: 'Loro sono religiosi'. Queste morti sono state per me una dura prova perché mi hanno diviso da tanti affetti, mi hanno messo davanti al fatto che non siamo eterni, che possiamo e dobbiamo morire. Ma ho scoperto che questa morte è stata vinta da Cristo. Egli ha vinto le mie morti. Io sono certo di questo, ma vorrei che questa buona notizia arrivasse a tutti i miei amici, a tutti i miei coetanei che forse non sanno dare un senso alla loro vita; io però sono uno solo e non posso raggiungerli tutti. Chiedo quindi aiuto alla Madre Chiesa, in cui confido perché ho sperimentato che è davvero madre, che mi dona il perdono e che davvero da essa passa la mia salvezza".

Marco mi scrive il suo accorato appello alle parrocchie della sua città (come rispondono sacerdoti e vescovi?), le invita ad aprirsi ai movimenti "perché so che è difficile vivere da Cristiani senza una piccola comunità che ti aiuta, che ti ascolta, che ti corregge, in cui sperimenti il perdono, in cui c'è Cristo… Esorto tutte le parrocchie fiorentine ad aprire le porte a Cristo in queste nuove forme, perché i giovani sono per strada a drogarsi, a bere, senza genitori, senza Amore. La loro vita non ha un senso e noi che siamo il sale del mondo abbiamo il dovere di annunciare loro che Cristo li ama e che possono cominciare a sorridere, possono smettere di fingere, possono piangere senza paura di essere giudicati 'deboli', possono scoprire amicizie vere fondate sull'Amore di Cristo. Questi ragazzi hanno il diritto di sapere che rivedranno i loro amici in Paradiso e che non c'è morte che possa dividerci, c'è solo Cristo che ci unisce all'altro".

Non è una cosa dell'altro mondo? Don Giussani diceva che il cristianesimo "è letteralmente una cosa dell'altro mondo in questo mondo". In effetti il Paradiso inizia già qui, come il sorriso che si apre nelle lacrime e alla fine prende il sopravvento. Come il sole quando spalanca le nuvole e illumina le ultime gocce di pioggia portando finalmente l'azzurro.

Antonio Socci

Da "Libero" 21 gennaio 2009

venerdì 9 gennaio 2009

Verso la Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid 2011

Intervista al responsabile della sezione Giovani del dicastero per i Laici

di Anita S. Bourdin

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) 2009 dovrebbe essere reso noto a breve, ma sono già stati diffusi i temi dei prossimi tre anni, che condurranno alla GMG del 2011 a Madrid.

Il nuovo responsabile della sezione Giovani del Pontificio Consiglio per i Laici, il sacerdote francese Eric Jacquinet, ha presentato a ZENIT i prossimi tre temi e lo spirito con cui nella Santa Sede si sta già preparando l'incontro nella capitale spagnola, che avrà luogo dal 16 al 21 agosto 2011.

Il tema della prossima GMG, che si celebrerà a Roma e nelle altre diocesi del mondo la Domenica delle Palme 2009, è: "Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente" (1Tm 4, 10).

Quello della Giornata successiva, che si celebrerà anch'essa a livello diocesano la Domenica delle Palme del 2010, sarà : "Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?" (Mc 10,17).

Il tema della XXVI Giornata Mondiale della Gioventà 2011 sarà invece: "Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede" (cfr. Col 2, 7).

Quale dinamica seguono questi tre temi?

Padre Eric Jacquinet: Ciascuno dei temi ha una propria logica. Il primo, per il 2009, parla della speranza. Il Papa invita i giovani a entrare nella vera speranza, la "grande speranza", che solo Cristo può dare. E questa speranza la riceviamo nella Chiesa. Questo è fondamentale per i giovani, nel contesto attuale di crisi sociale ed economica.

In primo luogo perché la gioventù è il tempo della speranza per definizione: è il tempo dei progetti e della formazione iniziale per entrare nella vita. Appartiene inoltre ai giovani cristiani la missione di essere testimoni della speranza di fronte ai loro contemporanei, e infine perché, in ogni epoca, la società ha beneficiato dell'apporto dei giovani.

Basta considerare l'impatto dei giovani monaci nell'Europa medievale, o l'opera di San Francesco d'Assisi. Più di recente, il giovane Frédéric Ozanam ha fondato le Conferenze di San Vincenzo de' Paoli all'età di vent'anni. Molti giovani hanno partecipato alla vita del nostro mondo. Lo facevano perché avevano una grande speranza. Questa speranza si trova in Cristo, il Dio vivente, come afferma San Paolo, dopo aver fatto l'esperienza della via di Damasco. E fino alla sua morte ne sarà un testimone appassionato.

Il tema del 2010 parte dalla domande di un giovane ricco a Gesù: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?". Nel 2010 festeggeremo il 25° anniversario della bella Lettera di Giovanni Paolo II ai giovani (1985), che era il commento a questo incontro del giovane ricco – che in qualche modo rappresenta tutti i giovani – con Gesù. La domanda riguarda l'azione: "Che cosa devo fare?". Questo tema porterà all'impegno cristiano nel mondo, e l'obiettivo di questo impegno è ottenere la vita eterna. Capiamo così che questo tema è il prolungamento di quello precedente sulla speranza nella vita eterna.

Il tema della GMG di Madrid, infine, porta al radicamento nella fede in Cristo. Il Papa esorta regolarmente i giovani a coltivare una fede cristiana che si renda matura, solida. Li esorta a formarsi, per dar conto della speranza che è in loro.

Quello che il Papa offre ai giovani cristiani verso Madrid, in tre anni di preparazione, è quindi un vero cammino.

Come aiutare i giovani a vivere nelle nostre Diocesi?

Padre Eric Jacquinet: Il Papa rivolgerà un messaggio ai giovani su ciascuno di questi temi. Il prossimo messaggio verrà pubblicato agli inizi del 2009. I giovani lo leggano! Il Papa scrive a loro. Scambino le idee su questo importante testo. Il Papa esorta inoltre i giovani delle Diocesi a organizzarsi ogni anno per vivere la GMG del loro Paese, nella Domenica delle Palme o in un altro momento. Si esortano quindi i responsabili della pastorale giovanile a organizzare qualcosa, secondo le possibilità, ma i giovani non devono aspettare passivamente le proposte. Non possono fare anch'essi progetti, presentare proposte ai loro Vescovi, ai sacerdoti, ai responsabili?

La formula della GMG ha ancora futuro o si sta esaurendo?

Padre Eric Jacquinet: L'eco delle ultime GMG a Colonia e a Sydney mostra che la formula è lungi dall'esaurirsi. Al contrario, si sviluppa e tocca sempre più le nuove generazioni di giovani. I grandi incontri internazionali hanno una forma generale simile: una settimana in una metropoli, con la presenza del Papa, delegazioni di quasi tutti i Paesi, catechesi al mattino, un festival della gioventù che offre espressioni diverse della fede, una Via Crucis, tre interventi del Santo Padre, con il culmine dell'incontro nella veglia del sabato e nella Messa di chiusura della domenica.

Prima di questa settimana, molti gruppi arrivano in una Diocesi avvicinandosi a un aspetto anch'esso molto importante: l'accoglienza delle famiglie e delle parrocchie rinnova i giovani pellegrini e anche le Diocesi di accoglienza. Tutto questo produce molti frutti, per la grazia dello Spirito Santo. Questi frutti sono legati anche al fatto che i giovani si preparano per vari mesi alla GMG, e che i loro gruppi continuano in seguito. E si constata che, in tutti questi anni dal 1986, le GMG hanno formato generazioni di giovani, oggi impegnati nella Chiesa, con un raccolto di vocazioni sacerdotali e religiose, oltre alle coppie sposate che si sono conosciute nelle GMG! Le Giornate hanno anche dato un impulso alla pastorale giovanile in molti Paesi del mondo. La formula della GMG ha quindi ancora un brillante futuro davanti a sé!

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