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martedì 8 settembre 2009

Messaggio del Papa per la Giornata Missionaria Mondiale 2009

"Le nazioni cammineranno alla sua luce" (Ap 21, 24)

In questa domenica, dedicata alle missioni, mi rivolgo innanzitutto a voi, Fratelli nel ministero episcopale e sacerdotale, e poi anche a voi, fratelli e sorelle dell'intero Popolo di Dio, per esortare ciascuno a ravvivare in sé la consapevolezza del mandato missionario di Cristo di fare "discepoli tutti i popoli" (Mt 28,19), sulle orme di san Paolo, l'Apostolo delle Genti.

"Le nazioni cammineranno alla sua luce" (Ap 21,24). Scopo della missione della Chiesa infatti è di illuminare con la luce del Vangelo tutti i popoli nel loro cammino storico verso Dio, perché in Lui abbiano la loro piena realizzazione ed il loro compimento. Dobbiamo sentire 1'ansia e la passione di illuminare tutti i popoli, con la luce di Cristo, che risplende sul volto della Chiesa, perché tutti si raccolgano nell'unica famiglia umana, sotto la paternità amorevole di Dio.

È in questa prospettiva che i discepoli di Cristo sparsi in tutto il mondo operano, si affaticano, gemono sotto il peso delle sofferenze e donano la vita. Riaffermo con forza quanto più volte è stato detto dai miei venerati Predecessori: la Chiesa non agisce per estendere il suo potere o affermare il suo dominio, ma per portare a tutti Cristo, salvezza del mondo. Noi non chiediamo altro che di metterci al servizio dell'umanità, specialmente di quella più sofferente ed emarginata, perché crediamo che "l'impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro tempo... è senza alcun dubbio un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche a tutta l'umanità" (Evangelii nuntiandi, 1), che "conosce stupende conquiste, ma sembra avere smarrito il senso delle realtà ultime e della stessa esistenza" (Redemptoris missio, 2).

1. Tutti i Popoli chiamati alla salvezza

L'umanità intera, in verità, ha la vocazione radicale di ritornare alla sua sorgente, che è Dio, nel Quale solo troverà il suo compimento finale mediante la restaurazione di tutte le cose in Cristo. La dispersione, la molteplicità, il conflitto, l'inimicizia saranno rappacificate e riconciliate mediante il sangue della Croce, e ricondotte all'unità.

L'inizio nuovo è già cominciato con la risurrezione e l'esaltazione di Cristo, che attrae tutte le cose a sé, le rinnova, le rende partecipi dell'eterna gioia di Dio. Il futuro della nuova creazione brilla già nel nostro mondo ed accende, anche se tra contraddizioni e sofferenze, la speranza di vita nuova. La missione della Chiesa è quella di "contagiare" di speranza tutti i popoli. Per questo Cristo chiama, giustifica, santifica e invia i suoi discepoli ad annunciare il Regno di Dio, perché tutte le nazioni diventino Popolo di Dio. È solo in tale missione che si comprende ed autentica il vero cammino storico dell'umanità. La missione universale deve divenire una costante fondamentale della vita della Chiesa. Annunciare il Vangelo deve essere per noi, come già per l'apostolo Paolo, impegno impreteribile e primario.

2. Chiesa pellegrina

La Chiesa universale, senza confini e senza frontiere, si sente responsabile dell'annuncio del Vangelo di fronte a popoli interi (cfr Evangelii nuntiandi, 53). Essa, germe di speranza per vocazione, deve continuare il servizio di Cristo al mondo. La sua missione e il suo servizio non sono a misura dei bisogni materiali o anche spirituali che si esauriscono nel quadro dell'esistenza temporale, ma di una salvezza trascendente, che si attua nel Regno di Dio (cfr Evangelii nuntiandi, 27). Questo Regno, pur essendo nella sua completezza escatologico e non di questo mondo (cfr Gv 18,36), è anche in questo mondo e nella sua storia forza di giustizia, di pace, di vera libertà e di rispetto della dignità di ogni uomo. La Chiesa mira a trasformare il mondo con la proclamazione del Vangelo dell'amore, "che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire e... in questo modo di far entrare la luce di Dio nel mondo" (Deus caritas est, 39). È a questa missione e servizio che, anche con questo Messaggio, chiamo a partecipare tutti i membri e le istituzioni della Chiesa.

3. Missio ad gentes

La missione della Chiesa, perciò, è quella di chiamare tutti i popoli alla salvezza operata da Dio tramite il Figlio suo incarnato. È necessario pertanto rinnovare l'impegno di annunciare il Vangelo, che è fermento di libertà e di progresso, di fraternità, di unità e di pace (cfr Ad gentes, 8). Voglio "nuovamente confermare che il mandato d'evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa" (Evangelii nuntiandi, 14), compito e missione che i vasti e profondi mutamenti della società attuale rendono ancor più urgenti. È in questione la salvezza eterna delle persone, il fine e compimento stesso della storia umana e dell'universo. Animati e ispirati dall'Apostolo delle genti, dobbiamo essere coscienti che Dio ha un popolo numeroso in tutte le città percorse anche dagli apostoli di oggi (cfr At 18,10). Infatti "la promessa è per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro" (At 2,39).

La Chiesa intera deve impegnarsi nella missio ad gentes, fino a che la sovranità salvifica di Cristo non sia pienamente realizzata: "Al presente non vediamo ancora che ogni cosa sia a Lui sottomessa" (Eb 2,8).

4. Chiamati ad evangelizzare anche mediante il martirio

In questa Giornata dedicata alle missioni, ricordo nella preghiera coloro che della loro vita hanno fatto un'esclusiva consacrazione al lavoro di evangelizzazione. Una menzione particolare è per quelle Chiese locali, e per quei missionari e missionarie che si trovano a testimoniare e diffondere il Regno di Dio in situazioni di persecuzione, con forme di oppressione che vanno dalla discriminazione sociale fino al carcere, alla tortura e alla morte. Non sono pochi quelli che attualmente sono messi a morte a causa del suo "Nome". È ancora di tremenda attualità quanto scriveva il mio venerato Predecessore, Papa Giovanni Paolo II: "La memoria giubilare ci ha aperto uno scenario sorprendente, mostrandoci il nostro tempo particolarmente ricco di testimoni che, in un modo o nell'altro, hanno saputo vivere il Vangelo in situazioni di ostilità e persecuzione, spesso fino a dare la prova suprema del sangue" (Novo millennio ineunte, 41).

La partecipazione alla missione di Cristo, infatti, contrassegna anche il vivere degli annunciatori del Vangelo, cui è riservato lo stesso destino del loro Maestro. "Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Gv 15,20). La Chiesa si pone sulla stessa via e subisce la stessa sorte di Cristo, perché non agisce in base ad una logica umana o contando sulle ragioni della forza, ma seguendo la via della Croce e facendosi, in obbedienza filiale al Padre, testimone e compagna di viaggio di questa umanità.

Alle Chiese antiche come a quelle di recente fondazione ricordo che sono poste dal Signore come sale della terra e luce del mondo, chiamate a diffondere Cristo, Luce delle genti, fino agli estremi confini della terra. La missio ad gentes deve costituire la priorità dei loro piani pastorali.

Alle Pontificie Opere Missionarie va il mio ringraziamento e incoraggiamento per l'indispensabile lavoro che assicurano di animazione, formazione missionaria e aiuto economico alle giovani Chiese. Attraverso queste Istituzioni pontificie si realizza in maniera mirabile la comunione tra le Chiese, con lo scambio di doni, nella sollecitudine vicendevole e nella comune progettualità missionaria.

5. Conclusione

La spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità delle nostre Chiese (cfr Redemptoris missio, 2). È necessario, tuttavia, riaffermare che l'evangelizzazione è opera dello Spirito e che prima ancora di essere azione è testimonianza e irradiazione della luce di Cristo (cfr Redemptoris missio, 26) da parte della Chiesa locale, la quale invia i suoi missionari e missionarie per spingersi oltre le sue frontiere. Chiedo perciò a tutti i cattolici di pregare lo Spirito Santo perché accresca nella Chiesa la passione per la missione di diffondere il Regno di Dio e di sostenere i missionari, le missionarie e le comunità cristiane impegnate in prima linea in questa missione, talvolta in ambienti ostili di persecuzione.

Invito, allo stesso tempo, tutti a dare un segno credibile di comunione tra le Chiese, con un aiuto economico, specialmente nella fase di crisi che sta attraversando l'umanità, per mettere le giovani Chiese locali in condizione di illuminare le genti con il Vangelo della carità.

Ci guidi nella nostra azione missionaria la Vergine Maria, stella della Nuova Evangelizzazione, che ha dato al mondo il Cristo, posto come luce delle genti, perché porti la salvezza "sino all'estremità della terra" (At 13,47).

A tutti la mia Benedizione.

Dal Vaticano, 29 giugno 2009

BENEDICTUS PP. XVI

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


mercoledì 4 marzo 2009

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2009

"Gesù, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti,
ebbe fame"
(Mt 4,2)

 

Cari fratelli e sorelle!

All'inizio della Quaresima, che costituisce un cammino di più intenso allenamento spirituale, la Liturgia ci ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e cristiana - la preghiera, l'elemosina, il digiuno - per disporci a celebrare meglio la Pasqua e a fare così esperienza della potenza di Dio che, come ascolteremo nella Veglia pasquale, "sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l'innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l'odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace" (Preconio pasquale). Nel consueto mio Messaggio quaresimale, vorrei soffermarmi quest'anno a riflettere in particolare sul valore e sul senso del digiuno. La Quaresima infatti richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Leggiamo nel Vangelo: "Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame" (Mt 4,1-2). Come Mosè prima di ricevere le Tavole della Legge (cfr Es 34,28), come Elia prima di incontrare il Signore sul monte Oreb (cfr 1 Re 19,8), così Gesù pregando e digiunando si preparò alla sua missione, il cui inizio fu un duro scontro con il tentatore.

Possiamo domandarci quale valore e quale senso abbia per noi cristiani il privarci di un qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento. Le Sacre Scritture e tutta la tradizione cristiana insegnano che il digiuno è di grande aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce. Per questo nella storia della salvezza ricorre più volte l'invito a digiunare. Già nelle prime pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all'uomo di astenersi dal consumare il frutto proibito: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire" (Gn 2,16-17). Commentando l'ingiunzione divina, san Basilio osserva che "il digiuno è stato ordinato in Paradiso", e "il primo comando in tal senso è stato dato ad Adamo". Egli pertanto conclude: "Il 'non devi mangiare' è, dunque, la legge del digiuno e dell'astinenza" (cfr Sermo de jejunio: PG 31, 163, 98). Poiché tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene offerto come un mezzo per riannodare l'amicizia con il Signore. Così fece Esdra prima del viaggio di ritorno dall'esilio alla Terra Promessa, invitando il popolo riunito a digiunare "per umiliarci - disse - davanti al nostro Dio" (8,21). L'Onnipotente ascoltò la loro preghiera e assicurò il suo favore e la sua protezione. Altrettanto fecero gli abitanti di Ninive che, sensibili all'appello di Giona al pentimento, proclamarono, quale testimonianza della loro sincerità, un digiuno dicendo: "Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!" (3,9). Anche allora Dio vide le loro opere e li risparmiò.

Nel Nuovo Testamento, Gesù pone in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l'atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno, ripete anche altrove il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale "vede nel segreto, e ti ricompenserà" (Mt 6,18). Egli stesso ne dà l'esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che "non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4). Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il "vero cibo", che è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore "di non mangiare del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male", con il digiuno il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia.

Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana (cfr At 13,3; 14,22; 27,21; 2 Cor 6,5). Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del "vecchio Adamo", ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio. Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. Scrive san Pietro Crisologo: "Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica" (Sermo 43: PL 52, 320. 332).

Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po' della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una "terapia" per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio. Nella Costituzione apostolica Pænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a "non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e ... anche a vivere per i fratelli" (cfr Cap. I). La Quaresima potrebbe essere un'occasione opportuna per riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest'antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all'amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo (cfr Mt 22,34-40).

La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell'intimità con il Signore. Sant'Agostino, che ben conosceva le proprie inclinazioni negative e le definiva "nodo tortuoso e aggrovigliato" (Confessioni, II, 10.18), nel suo trattato L'utilità del digiuno, scriveva: "Mi dò certo un supplizio, ma perché Egli mi perdoni; da me stesso mi castigo perché Egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza" (Sermo 400, 3, 3: PL 40, 708). Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un'interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza. Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio.

Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli. Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: "Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l'amore di Dio?" (3,17). Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente (cfr Enc. Deus caritas est, 15). Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo. Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l'ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l'elemosina. Questo è stato, sin dall'inizio, lo stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte speciali collette (cfr 2 Cor 8-9; Rm 15, 25-27), e i fedeli erano invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, era stato messo da parte (cfr Didascalia Ap., V, 20,18). Anche oggi tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale.

Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un'arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d'origine, i cui effetti negativi investono l'intera personalità umana. Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: "Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia - Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti".

Cari fratelli e sorelle, a ben vedere il digiuno ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di noi, come scriveva il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, a fare di sé dono totale a Dio (cfr Enc. Veritatis splendor, 21). La Quaresima sia pertanto valorizzata in ogni famiglia e in ogni comunità cristiana per allontanare tutto ciò che distrae lo spirito e per intensificare ciò che nutre l'anima aprendola all'amore di Dio e del prossimo. Penso in particolare ad un maggior impegno nella preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al Sacramento della Riconciliazione e nell'attiva partecipazione all'Eucaristia, soprattutto alla Santa Messa domenicale. Con questa interiore disposizione entriamo nel clima penitenziale della Quaresima. Ci accompagni la Beata Vergine Maria, Causa nostrae laetitiae, e ci sostenga nello sforzo di liberare il nostro cuore dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più "tabernacolo vivente di Dio". Con questo augurio, mentre assicuro la mia preghiera perché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra un proficuo itinerario quaresimale, imparto di cuore a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 11 Dicembre 2008

venerdì 9 gennaio 2009

Verso la Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid 2011

Intervista al responsabile della sezione Giovani del dicastero per i Laici

di Anita S. Bourdin

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) 2009 dovrebbe essere reso noto a breve, ma sono già stati diffusi i temi dei prossimi tre anni, che condurranno alla GMG del 2011 a Madrid.

Il nuovo responsabile della sezione Giovani del Pontificio Consiglio per i Laici, il sacerdote francese Eric Jacquinet, ha presentato a ZENIT i prossimi tre temi e lo spirito con cui nella Santa Sede si sta già preparando l'incontro nella capitale spagnola, che avrà luogo dal 16 al 21 agosto 2011.

Il tema della prossima GMG, che si celebrerà a Roma e nelle altre diocesi del mondo la Domenica delle Palme 2009, è: "Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente" (1Tm 4, 10).

Quello della Giornata successiva, che si celebrerà anch'essa a livello diocesano la Domenica delle Palme del 2010, sarà : "Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?" (Mc 10,17).

Il tema della XXVI Giornata Mondiale della Gioventà 2011 sarà invece: "Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede" (cfr. Col 2, 7).

Quale dinamica seguono questi tre temi?

Padre Eric Jacquinet: Ciascuno dei temi ha una propria logica. Il primo, per il 2009, parla della speranza. Il Papa invita i giovani a entrare nella vera speranza, la "grande speranza", che solo Cristo può dare. E questa speranza la riceviamo nella Chiesa. Questo è fondamentale per i giovani, nel contesto attuale di crisi sociale ed economica.

In primo luogo perché la gioventù è il tempo della speranza per definizione: è il tempo dei progetti e della formazione iniziale per entrare nella vita. Appartiene inoltre ai giovani cristiani la missione di essere testimoni della speranza di fronte ai loro contemporanei, e infine perché, in ogni epoca, la società ha beneficiato dell'apporto dei giovani.

Basta considerare l'impatto dei giovani monaci nell'Europa medievale, o l'opera di San Francesco d'Assisi. Più di recente, il giovane Frédéric Ozanam ha fondato le Conferenze di San Vincenzo de' Paoli all'età di vent'anni. Molti giovani hanno partecipato alla vita del nostro mondo. Lo facevano perché avevano una grande speranza. Questa speranza si trova in Cristo, il Dio vivente, come afferma San Paolo, dopo aver fatto l'esperienza della via di Damasco. E fino alla sua morte ne sarà un testimone appassionato.

Il tema del 2010 parte dalla domande di un giovane ricco a Gesù: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?". Nel 2010 festeggeremo il 25° anniversario della bella Lettera di Giovanni Paolo II ai giovani (1985), che era il commento a questo incontro del giovane ricco – che in qualche modo rappresenta tutti i giovani – con Gesù. La domanda riguarda l'azione: "Che cosa devo fare?". Questo tema porterà all'impegno cristiano nel mondo, e l'obiettivo di questo impegno è ottenere la vita eterna. Capiamo così che questo tema è il prolungamento di quello precedente sulla speranza nella vita eterna.

Il tema della GMG di Madrid, infine, porta al radicamento nella fede in Cristo. Il Papa esorta regolarmente i giovani a coltivare una fede cristiana che si renda matura, solida. Li esorta a formarsi, per dar conto della speranza che è in loro.

Quello che il Papa offre ai giovani cristiani verso Madrid, in tre anni di preparazione, è quindi un vero cammino.

Come aiutare i giovani a vivere nelle nostre Diocesi?

Padre Eric Jacquinet: Il Papa rivolgerà un messaggio ai giovani su ciascuno di questi temi. Il prossimo messaggio verrà pubblicato agli inizi del 2009. I giovani lo leggano! Il Papa scrive a loro. Scambino le idee su questo importante testo. Il Papa esorta inoltre i giovani delle Diocesi a organizzarsi ogni anno per vivere la GMG del loro Paese, nella Domenica delle Palme o in un altro momento. Si esortano quindi i responsabili della pastorale giovanile a organizzare qualcosa, secondo le possibilità, ma i giovani non devono aspettare passivamente le proposte. Non possono fare anch'essi progetti, presentare proposte ai loro Vescovi, ai sacerdoti, ai responsabili?

La formula della GMG ha ancora futuro o si sta esaurendo?

Padre Eric Jacquinet: L'eco delle ultime GMG a Colonia e a Sydney mostra che la formula è lungi dall'esaurirsi. Al contrario, si sviluppa e tocca sempre più le nuove generazioni di giovani. I grandi incontri internazionali hanno una forma generale simile: una settimana in una metropoli, con la presenza del Papa, delegazioni di quasi tutti i Paesi, catechesi al mattino, un festival della gioventù che offre espressioni diverse della fede, una Via Crucis, tre interventi del Santo Padre, con il culmine dell'incontro nella veglia del sabato e nella Messa di chiusura della domenica.

Prima di questa settimana, molti gruppi arrivano in una Diocesi avvicinandosi a un aspetto anch'esso molto importante: l'accoglienza delle famiglie e delle parrocchie rinnova i giovani pellegrini e anche le Diocesi di accoglienza. Tutto questo produce molti frutti, per la grazia dello Spirito Santo. Questi frutti sono legati anche al fatto che i giovani si preparano per vari mesi alla GMG, e che i loro gruppi continuano in seguito. E si constata che, in tutti questi anni dal 1986, le GMG hanno formato generazioni di giovani, oggi impegnati nella Chiesa, con un raccolto di vocazioni sacerdotali e religiose, oltre alle coppie sposate che si sono conosciute nelle GMG! Le Giornate hanno anche dato un impulso alla pastorale giovanile in molti Paesi del mondo. La formula della GMG ha quindi ancora un brillante futuro davanti a sé!

giovedì 18 dicembre 2008

Dopo la Giornata della Gioventù, Maria percorre l'Australia

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 16 dicembre 2008 (ZENIT.org).- L'icona di Maria che Giovanni Paolo II ha regalato ai giovani, nota come “Sedes Sapientiae”, è arrivata questo fine settimana in Australia, dove rimarrà per un anno, per raccogliere i frutti della Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney.

Si tratta di un'immagine della Vergine con il bambino Gesù, il cui autore è l'artista e sacerdote Ivan Rupnik S.I.. E' l'espressione della vicinanza di Maria agli universitari, che percorre centri educativi e soprattutto atenei per volere del Papa.

Ogni anno viene consegnata a Roma a una delegazione di giovani, durante la Messa e l'incontro con il Santo Padre che si celebra nella Basilica di San Pietro. Questa volta l'Eucaristia è stata presieduta dal Cardinale Agostino Vallini, vicario della Diocesi di Roma, e si è conclusa con il discorso di Benedetto XVI giovedì.

“Nella vostra vita di studio e di ricerca volgete costantemente lo sguardo a lei, Sede della Sapienza, che continua a comunicare alla Chiesa e all'umanità gli avvenimenti e le parole di salvezza serbate nel suo cuore”, ha detto il Cardinale Vallini agli studenti al momento della consegna dell'icona.

Nel 2008, la Sedes Sapientiae è stata accolta dagli studenti rumeni, che l'hanno consegnata a una delegazione di giovani australiani.

“Essere a Roma è assolutamente fantastico, ed è una benedizione essere stato scelto come studente universitario dell'Australia nella delegazione di studenti cattolici. Questo rafforza la mia fede”, ha detto a ZENIT Xavier O`Kane.

Per Kelly Edmunds, ricevere l'icona della Vergine significa avere lo stesso atteggiamento che ha avuto l'apostolo Giovanni accogliendo Maria ai piedi della Croce. A ZENIT lo ha spiegato così: “Sono molto ansiosa di portare Maria in Australia e di condividere con gli studenti universitari la mia fede”.

Kelly ha affermato che in una società secolarizzata come quella australiana “è difficile essere cattolico quando gli altri pensano che non ci sono motivi per vivere la fede, ma è meraviglioso essere un testimone della fede e viverla con gioia”.

Delegazione rumena

Un gruppo di giovani della Romania si è recato a Roma per consegnare l'icona della Sedes Sapientiae: “Questa esperienza è molto forte perché è uno scambio interculturale per i nostri studenti”, ha osservato padre Iosiftiba, che ha accompagnato la delegazione rumena.

Tra i giovani c'era Marcela Iacomi, studentessa ortodossa: “Nella chiesa ortodossa non abbiamo questa esperienza molto forte tra gli studenti”, ha riconosciuto, osservando che questo la spinge a promuovere l'apostolato all'interno della sua religione: “Il nuovo patriarca in Romania è molto interessato a sviluppare il catechismo per i giovani”.

Un anno positivo per la pastorale giovanile

Durante l'incontro annuale, migliaia di giovani hanno espresso la propria gratitudine al Papa per i frutti della pastorale giovanile nel 2008.

La studentessa di Giurisprudenza Irene Piccolo ha preso la parola a nome degli universitari e ha rivolto alcune parole al Santo Padre, affermando che sia la Giornata Mondiale della Gioventù che l'Anno Paolino sono opportunità che “di sicuro riusciranno ad avvicinare alla Chiesa molti ragazzi confusi dal relativismo di questa epoca”.

Nel suo discorso ai giovani, Benedetto XVI ha detto di essere convinto che per i giovani, “sia sul piano personale sia su quello dell'esperienza comunitaria e dell'apostolato in università, il confronto con la figura e il messaggio di san Paolo costituisca un'opportunità molto arricchente".

Il Papa si è anche riferito all'Avvento e alla nascita di Gesù: “La Vergine Maria e san Paolo vi aiutino ad adorarlo e a farlo vostro con profonda fede ed intima gioia"”.

Secondo monsignor Lorenzo Leuzzi, direttore dell'ufficio per la Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma, l'incontro con gli universitari nella Basilica di San Pietro è stato “entusiasmante proprio perché il Papa ha trasmesso ai giovani e comunica agli universitari che devono farsi carico di accogliere e trasmettere il Vangelo alle altre generazioni”.

domenica 16 marzo 2008

Perchè evangelizzare?

Ieri, dopo mesi di digiuno, ho guardato per caso 10 minuti di televisione. Qua in svizzera si prende solo Raiuno così ho guardato un pezzo del programma "Passaggio a Nord Ovest" di Alberto Angela. C'era un servizio molto interessante su una tribù primitiva del Brasile. Per un po' hanno raccontato le loro usanze, tradizioni, stili di vita. Questa tribù, che vive tra l'Amazzonia e il Suriname, è rimasta sconosciuta fino a poco tempo fa. Consta di circa 200 persone e vivono nella foresta amazzonica, senza nessun tipo di contatto col mondo civilizzato. Pensate che vivono completamente nudi in un posto in cui nessun altra popolazione umana riesce a vivere. Si cibano di scimmie arrostite e per segno distintivo hanno un piercing sul labbro inferiore fatto con un legno di diametro di almeno 10 cm).
Comunque non sono qui per raccontarvi come vivono le tribù primitive e non credo che vi interessi! La cosa che più mi ha colpito e su cui volevo il vostro parere è la seguente. Verso la fine del servizio, la voce narrante ha concluso il servizio con una frase di questo tipo:

"Purtroppo un gruppo di protestanti americani dell'associazione ......(non mi ricordo il nome) si sono stabiliti poco lontano dalla tribù per evangelizzare questi primitivi. Sappiamo dalla storia che questi tentativi hanno devastato le popolazioni indù instaurando in loro i modi di vita occidentali che creano egoismo, distruggono le tradizioni e le credenze di questo popolo oltre a portare delle pericolose malattie ....(etc etc...non mi ricordo esattamente i termini ma il concetto era questo). Il governo brasiliano ha espulso dallo stato questo gruppo di cristiani ma non sappiamo come andrà a finire questa vicenda....che ne sarà del piccolo ____(e mostrano la foto di un bambinetto) e del capo tribù ____(chiaramente non mi ricordo i nomi e non so nemmeno se fossero veri questi nomi). Come finiranno se noi romperemo il loro equilibrio e la loro società....etc....etc..."

Insomma, penso che il concetto l'abbiate capito! Nel modo che la televisione usa sempre, cioè giocando coi sentimenti, fanno passare per criminali quei poveri cristiani che perdono la loro vita per evangelizzare questo popolo. A me sembra che in questo modo si voglia fare come con gli animali, cioè tenere queste persone in uno stato primitivo perchè possano essere come gli animali in una riseva naturale cioè un attrazione, con la scusa che non abbiamo il diritto di insegnare la nostra cultura occidentali si lasciano questi popoli allo stato brado, come in un grosso zoo...e guai a chi osa toccarli perchè non bisogna modificare il loro ambiente naturale, madre natura! non so perchè ma mi ha sconvolto questo pensiero, è ovvio che in questo pensiero c'è più di una contraddizione ma non so come poter discutere su questo punto su un piano non esclusivamente cristiano.
Ci sarebbe molto da dire, è ovvio che nella storia con la scusa di evangelizzare si sono commessi molti crimini, è vero che non si può sradicare un popolo dalle proprie origini ma io penso che un vero cristiano sappia annunciare Cristo e liberare questi popoli dalle credenze primitive e dalla barbarie delle leggi e usanze primitive (che il filmato non mostrava. a guardare la tv sembrava che fossero tutti felici, allegri, buoni e amici) senza tuttavia rinnegare tutte le tradizioni ma semmai inserendo i valori cristiani all'interno della loro struttura sociale.
Però non nego che tutto questo mi ha fatto riflettere non poco. è davvero necessario evangelizzare? cosa vuol dire in fondo? che senso ha? e poi: cosa bisognerebbe insegnare a questi popoli? come dovrebbe comportarsi lo stato brasiliano? Io ho delle mie risposte a queste domande ma non voglio tediarvi ulteriormente. Vorrei invece che mi faceste sapere la vostra opinione a riguardo.
Ho scritto questo post perchè mi è venuto in mento che anche in Australia è pieno di tribù di aborigeni e l'anno scorso sembrava che ci mandassero proprio in quelle zone ad evangelizzare invece finiremo nella zona di Perth in cui vivono persone "normali" con stile di vita occidentale come noi.

venerdì 7 marzo 2008

Riflessione sull'ultima di Quaresima

V Domenica di Quaresima

Ezechiele 37, 12-14; Romani 8, 8-11; Giovanni 11, 1-45

LA RISURREZIONE DEL CUORE

Le storie del Vangelo non sono scritte solo per essere lette, ma anche per essere rivissute. La storia di Lazzaro è stata scritta per dirci questo: c'è una risurrezione del corpo e c'è una risurrezione del cuore; se la risurrezione del corpo avverrà "nell'ultimo giorno", quella del cuore avviene, o può avvenire, ogni giorno.

Questo è il significato della risurrezione di Lazzaro che la liturgia ha voluto evidenziare con la scelta della prima lettura di Ezechiele sulle ossa aride. Il profeta ha una visione: vede un'immensa distesa di ossa rinsecchite e capisce che esse rappresentano il morale del popolo che è a terra. La gente va dicendo: "La nostra speranza è svanita, noi siamo perduti". Ad essi è rivolta la promessa di Dio: "Ecco io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe...Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete". Anche in questo caso non si tratta della risurrezione finale dei corpi, ma della risurrezione attuale dei cuori alla speranza. Quei cadaveri, si dice, si rianimarono, si misero in piedi ed erano "un esercito grande, sterminato". Era il popolo d'Israele che tornava a sperare dopo l'esilio.

Da tutto questo deduciamo una cosa che conosciamo anche per esperienza: che si può essere morti, anche prima di...morire, mentre siamo ancora in questa vita. E non parlo solo della morte dell'anima a causa del peccato; parlo anche di quello stato di totale assenza di energia, di speranza, di voglia di lottare e di vivere che non si può chiamare con nome più indicato che questo: morte del cuore.

A tutti quelli che per le ragioni più diverse (matrimonio fallito, tradimento del coniuge, traviamento o malattia di un figlio, rovesci finanziari, crisi depressive, incapacità di uscire dall'alcolismo, dalla droga) si trovano in questa situazione, la storia di Lazzaro dovrebbe arrivare come il suono di campane il mattino di Pasqua.

Chi può darci questa risurrezione del cuore? Per certi mali, sappiamo bene che non c'è rimedio umano che tenga. Le parole di incoraggiamento lasciano il terreno che trovano. Anche in casa di Marta e Maria c'erano dei "giudei venuti per consolarle", ma la loro presenza non aveva cambiato nulla. Bisogna "mandare a chiamare Gesù", come fecero le sorelle di Lazzaro. Invocarlo come fanno le persone sepolte sotto una valanga o sotto le macerie di un terremoto che richiamano con i loro gemiti l'attenzione dei soccorritori.

Spesso le persone che si trovano in questa situazione non sono in grado di fare niente, neppure di pregare. Sono come Lazzaro nella tomba. Bisogna che altri facciano qualcosa per loro. Sulla bocca di Gesù troviamo una volta questo comando rivolto ai suoi discepoli: "Guarite gli infermi, risuscitate i morti" (Mt 10,8). Cosa intendeva dire Gesù: che dobbiamo risuscitare fisicamente dei morti? Se fosse così, nella storia si contano sulle dita i santi che hanno messo in pratica quel comando di Gesù. No, Gesù intendeva anche e soprattutto i morti nel cuore, i morti spirituali. Parlando del figliol prodigo, il padre dice: "Egli era morto ed è tornato in vita" (Lc 15, 32). E non si trattava certo di morte fisica, se era tornato a casa.

Quel comando: "Risuscitate i morti" è rivolto dunque a tutti i discepoli di Cristo. Anche a noi! Tra le opere di misericordia che abbiamo imparato da bambini, ce n'era che diceva: "seppellire i morti"; adesso sappiamo che c'è anche quella di "risuscitare i morti".

giovedì 28 febbraio 2008

Benedetto XVI: “abbiamo bisogno di una conversione permanente”

Eccovi una bella catechesi del papa sulla quaresima e sant'Agostino:
http://www.zenit.org/article-13640?l=italian
buona lettura!

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